Nuova spedizione alla scoperta dell’arte veneziana; per questa volta ho scelto qualcosa di un poco più tradizionale e istituzionale, ma non per questo meno interessante, rispetto a Re-Biennale, il Morion, i Magazzini del Sale e via dicendo, soggetti dei miei precedenti racconti da Venezia.
Meraviglioso palazzo cinquecentesco situato tra Rialto e San Marco, di proprietà della nobile famiglia veneziana Querini Stampalia. E se tutto ciò non fosse abbastanza, all’inizio degli anni sessanta è stato affidato a nientemeno che Carlo Scarpa il compito di restaurare il pian terreno e il piccolo giardino sul retro, con un risultato stupefacente, di una perfezione assoluta: ogni particolare è il prodotto di studio accuratissimo, accompagnato da centinaia di schizzi e disegni preliminari, questo vale per ogni minimo dettaglio, fino alla più recondita mattonella in fondo giardino. Chiaramente la quantità, ma soprattutto la qualità, di cose viste è ampiamente sufficiente dopo aver esplorato il solo piano terra, però non ci si può ancora fermare, soprattutto dopo aver affrontato le calli di una Venezia domenicale intasata di turisti con l’aggiunta di acqua alta e pioggia torrenziale, non ce ne si può proprio andare senza aver visitato proprio tutto.
La segnaletica dice che al secondo e ultimo piano si trova la mostra di Luisa Rabbia _ artista torinese conosciuta per le sue grandi superfici di carta o di ceramica segnate con biro blu e che, dopo un sapiente trasferimento a New York, ha sperimentato nuove tecniche di rappresentazione e una celebrità internazionale_ dunque l’obiettivo è il secondo piano, anche se, inerpicandosi su per le scale, sembra un poco improbabile che ci sia lo spazio per una mostra proprio all’ultimo piano, pare troppo angusto davvero. Infatti, arrivati in vetta si nota che lo spazio espositivo è in realtà costituito da un’unica stanza, piuttosto piccola e buia, dove un video proiettato occupa un’intera parete, dal pavimento al soffitto. Dopo essersi resi conto che la mostra non è costituita da null’altro che il video si rimane subito un poco delusi, abituati come siamo, un po’ tutti, ad aspettarci qualcosa da guardare e rimirare, qualcosa di reale e concreto, quando si va ad una mostra; i video, nell’immaginario comune, sono fatti per essere guardati su youtube o alla tv.
Luisa Rabbia, Travels with Isabella
Venice, 2009
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Nuova spedizione alla scoperta dell’arte veneziana; per questa volta ho scelto qualcosa di un poco più tradizionale e istituzionale, ma non per questo meno interessante, rispetto a Re-Biennale, il Morion, i Magazzini del Sale e via dicendo, soggetti dei miei precedenti racconti da Venezia.
Meraviglioso palazzo cinquecentesco situato tra Rialto e San Marco, di proprietà della nobile famiglia veneziana Querini Stampalia. E se tutto ciò non fosse abbastanza, all’inizio degli anni sessanta è stato affidato a nientemeno che Carlo Scarpa il compito di restaurare il pian terreno e il piccolo giardino sul retro, con un risultato stupefacente, di una perfezione assoluta: ogni particolare è il prodotto di studio accuratissimo, accompagnato da centinaia di schizzi e disegni preliminari, questo vale per ogni minimo dettaglio, fino alla più recondita mattonella in fondo giardino. Chiaramente la quantità, ma soprattutto la qualità, di cose viste è ampiamente sufficiente dopo aver esplorato il solo piano terra, però non ci si può ancora fermare, soprattutto dopo aver affrontato le calli di una Venezia domenicale intasata di turisti con l’aggiunta di acqua alta e pioggia torrenziale, non ce ne si può proprio andare senza aver visitato proprio tutto.
La segnaletica dice che al secondo e ultimo piano si trova la mostra di Luisa Rabbia _ artista torinese conosciuta per le sue grandi superfici di carta o di ceramica segnate con biro blu e che, dopo un sapiente trasferimento a New York, ha sperimentato nuove tecniche di rappresentazione e una celebrità internazionale_ dunque l’obiettivo è il secondo piano, anche se, inerpicandosi su per le scale, sembra un poco improbabile che ci sia lo spazio per una mostra proprio all’ultimo piano, pare troppo angusto davvero. Infatti, arrivati in vetta si nota che lo spazio espositivo è in realtà costituito da un’unica stanza, piuttosto piccola e buia, dove un video proiettato occupa un’intera parete, dal pavimento al soffitto. Dopo essersi resi conto che la mostra non è costituita da null’altro che il video si rimane subito un poco delusi, abituati come siamo, un po’ tutti, ad aspettarci qualcosa da guardare e rimirare, qualcosa di reale e concreto, quando si va ad una mostra; i video, nell’immaginario comune, sono fatti per essere guardati su youtube o alla tv.
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