Migropolis


Venice, 2009

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Finita l’estate londinese con i suoi mille musei, sono approdata per i prossimi due anni (almeno) nella città-museo italiana per eccellenza: Venezia. Dalle pinacoteche di Londra a un’intera città che è un museo a cielo aperto, vi salto tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili (che poi i lettori si innervosiscono e mi scrivono commenti orrendi), per arrivare subito a “Migropolis”, oggetto delle mie ultime attenzioni e pensieri.

Venezia e le sue diverse chiavi di lettura possibili è il primo pensiero che salta subito in mente aggirandosi per le stanze di “Migropolis”. Si tratta di un progetto ideato nel 2006 da Wolfgang Scheppe che ha coinvolto i suoi studenti del Corso di Laurea specialistica in Comunicazioni visive e multimediali dello IUAV. Successivamente il progetto si è staccato dalla piattaforma accademica ampliandosi sempre di più, fino ad arrivare alla sua forma finale, quella che è esposta nel corso di questi due mesi alla Fondazione Bevilacqua La Masa (per i non addetti, si tratta di un galleria d’arte che si trova a San Marco, che, fin dal 1898, ha sempre cercato di caratterizzarsi dando spazio ai giovani con sempre nuovi concorsi e iniziative dedicati esclusivamente a loro).


La prima differenza tra Londra e Venezia è di carattere spaziale: dagli enormi ambienti del British il salto alle anguste sale della Fondazione non è poca cosa. Per quanto le stanze siano strette, tutta la “Venezia-dell-arte” riesce a stiparsi perfettamente (al netto di un prevedibile “effetto sardina”) per l’inaugurazione di “Migropolis”: studenti, professori, nullatenenti, nullafacenti, perdigiorno, oziosi fino ad arrivare agli immancabili, curiosamente viziosi (personaggi ostentatamente stravaganti che sembrano uscire di casa solo per questo genere di eventi mondani).

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